Home| Resoconti|

>>>vai alla galleria di foto

NEPAL 2009

Questo viaggio arriva inaspettato perché non era nelle mie imminenti previsioni andare in Nepal, ma l’occasione era buona e la voglia di staccare ancora di più.

Il periodo a disposizione è di soli 13 giorni: troppo pochi per riuscire a visitare Kathmandu e la sua valle ed inserire un trekking in montagna, cosi decidiamo per Kathmandu e di prendere come ulteriore meta la città di Pokhara. Il nostro gruppo è di 5 persone, tanto per cambiare siamo 4 pompieri, oltre a me ci sono Bruno, Francesco, Alberto e sua moglie Coby.

La tratta in aereo dall’Italia, prevede uno scalo negli Emirati Arabi, la compagnia aerea Etihad Airways è ineccepibile sulla puntualità e nel servizio.

Arrivati all’aeroporto di Kathmandu, si fa direttamente il visto d’ingresso presentando un modulo e due fotografie che all’occorrenza possono essere fatte da un intraprendente fotografo locale, la coda dura circa mezz’ora.

Usciti dal terminal, ci si rende subito conto di essere arrivati in un luogo dove il benessere non è di casa e l’arte di arrangiarsi una normalità, infatti sono in mille quelli che ti propongono di tutto: dagli alberghi al trasporto di qualsiasi cosa con qualsiasi mezzo. Dopo le opportune contrattazioni, prendiamo un taxi e ci facciamo portare in un albergo nel quartiere di Thamel, la zona più turistica della città.

Per sistemarsi, qui si può andare dal più lussuoso hotel alla più squallida guest house, la cosa migliore è visitarne alcuni e valutare quello che può fare al caso vostro, non sempre è garantita acqua calda e servizi igienici dignitosi. Quando scegliete un albergo, assicuratevi che la stanza non sia troppo rumorosa, perché il baccano proveniente dalle strade è insopportabile già dal mattino presto.

La sera stessa andiamo alla ricerca di un ristorante e finiamo in quella che è la piazza storica principale “Durban Square”, le vie e la piazza non sono più affollate dai turisti e tanto meno dalla massa di gente che durante il giorno si riversa nelle strade. A quell’ora girovagano principalmente disperati che si accingono a rovistare nei mucchi di immondizia lasciati sui marciapiedi, per procurarsi in qualche modo un pasto.

Il giorno seguente visitiamo tutte le principali attrattive di Kahtmandu: Durban Square – Swayambhunath, tempio delle scimmie - Bouddha e Pashupati, luogo di cremazione dei morti, dove oltre ad assistere a questa cerimonia cruenta, si assiste alla ancor più disperazione dei bambini, che cercano monete e oro nelle acque del fiume che scorre a valle delle piattaforme crematorie.

La città è caotica, il traffico per le strade strette e malconce è una cagnara di veicoli di tutti i generi che producono un inquinamento tale da rendere l’aria irrespirabile. Il codice della strada esiste, ma non viene rispettato e gli automobilisti usano il clacson in continuazione. Fortunatamente i problemi del traffico e dell’inquinamento, sono solo limitati al centro e alla periferia di Kahtmandu.

Decidiamo di prendere un po’ di fiato, recandoci a Nagarkot che può essere considerata una meta turistica di montagna, anche per gli stessi Nepalesi. Qui si incomincia ad apprezzare l’ambiente, godendosi calma e tranquillità, si possono vedere le colline terrazzate adibite a coltivazione e in distanza si scorgono le alte cime Himalayane. Pernottiamo in un’accogliente guest-house.

Viaggiando sempre in taxi, ci spostiamo nella cittadina di Bhaktapur, che vuole rappresentare un contesto storico originale, sicuramente affascinante. Lascia comunque trapelare un contatto troppo forte con il turismo, marcato dai troppi negozi di souvenir e dal bar ricavato al primo piano di un tempio millenario. Anche qui pernottiamo in un albergo che ci ha offerto quanto di meglio potessimo aspettarci.

Visitiamo Patan, paese caratteristico vicino a Kahtmandu, che con la sua piazza circondata dai templi, rappresenta una classica meta turistica.

Da una prima valutazione, capiamo che questo non è il Nepal genuino, in questo contesto coesistono contraddizioni assurde causate dal turismo, che ha portato ad interpretare in modo scorretto tutto quello che può sembrare benessere e ricchezza. Con un salto temporale di evoluzione civica e culturale enorme, queste persone si sono trovate ad avere a che fare i conti con cose, abitudini e costumi che in occidente sono starti recepiti nei decenni. Tutto questo sta causando situazioni assurde, come i bambini che chiedono la carità con il telefonino in tasca.

I beni storici non vengono salvaguardati, templi e palazzi sono lasciati al loro destino prediligendo la costruzione di pilastri e solette di cemento armato ovunque, anche attaccate alle costruzioni originali vecchie di millenni.

Siamo nuovamente nello smog di Kahtmandu, dove ci prefiggiamo di fare il punto della situazione e di decidere come impiegare al meglio i giorni che ci rimangono, ormai abbiamo preso confidenza con le viuzze di Thamel e sui modi più idonei per spostarci che sono a piedi o in taxi. Thamel è un vero e proprio labirinto di viuzze, pieno solo di negozi per turisti che vendono i prodotti dell’artigianato, compresa attrezzatura e abbigliamento da montagna contraffatti, a volte si può trovare qualche articolo con un buon rapporto qualità prezzo pur senza poter pretendere rifiniture e robustezza paragonabile all’originale.

Proprio per la confidenza con il luogo e i suoi locali, è stata la causa che ha portato alla sottrazione della borsa ad Alberto e sua moglie, visto che questa conteneva tutto il loro denaro e i passaporti ha anche comportato un problema insormontabile, che non gli ha permesso di continuare il viaggio, risultato: un mare di faccende burocratiche svolte in fatiscenti uffici di polizia e volo di rientro anticipato.

Oramai siamo rimasti in tre, e nostro malgrado decidiamo di spostarci a Pokhara, prenotiamo per il mattino seguente un pullman considerato turistico. Al mattino presto, partiamo lungo una strada intasata da camion che arrancano su per le salite e dove spesso rimangono in panne oppure escono di strada rovinosamente. Su questa strada, auto e moto effettuano sorpassi da brivido.

Appena fuori città, dal finestrino si vede una realtà locale fatta di piccoli villaggi rurali. Qui traspare un modo di vivere imperniato principalmente sulle attività agricole, svolte con attrezzi manuali o trainati da animali, qui la gente sembra comunque serena ma soprattutto i bambini sono allegri e in buona forma fisica.

Dopo circa otto ore di viaggio per un totale di poco più di km.200, arriviamo a Pokhara, la città si estende lungo un lago che è navigabile con delle barchette a remi. Ci sistemiamo in una discreta guest house. La città è il luogo da dove partono tutti i trekking e le spedizioni per le montagne dell’Annapurna, la cittadina stessa gira attorno a questo tipo di attività turistico/sportiva. Escludendo la parte vecchia della città, che non presenta cose particolari, il resto è formato solo da alberghi, bar-ristoranti e negozi per turisti, l’atmosfera è quella classica dei posti che sono la meta di gente di ogni razza. Nei locali si incontrano comitive di alpinisti che tutti puliti e sbarbati organizzano le loro ascensioni e altri di ritorno dalle loro imprese provati dalla fatica che bevono boccali della birra che si sognavano prima di ridiscendere dai monti.

Assoldiamo un giovane taxista con la sua Suzuki Maruti, che ci scorrazzerà per i due giorni seguenti su e giù per tutti i templi buddisti e tibetani, oltre a portarci nelle zone panoramiche e di maggiore interesse che ci sono nella zona.

Dopo aver contrattato a lungo, sempre con lo stesso taxista, decidiamo di fare ritorno a Kathmandu in auto perché vogliamo soffermarci in quei posti che all’andata siamo riusciti solo a scorgere dal finestrino del pullman, nel prezzo abbiamo fatto in modo che sia previsto di poterci fermare ogni volta che desideriamo.

Partiti in quattro sulla “Maruti”, con Francesco davanti che aveva le ginocchia all’altezza delle spalle e in due dietro facevamo la nostra bella figura. Appena lasciamo il centro abitato sembra subito essere al kartodromo di Cesenatico, quando si insegue il concorrente che ci precede, il taxista guida la Maruti come un go-kart tra… le buche, le auto e le motociclette che arrivano in senso opposto, le fermate richieste per fotografare sembrano delle soste ai box per il cambio gomme. Per due volte proviamo “gentilmente” a far desistere il giovane aspirante Schumaker: con esito negativo, il terzo tentativo è una pioggia di insulti e maledizioni…. ha funzionato!

Siamo nuovamente a Kathmandu, stessa guest-house e stessi locali, ormai siamo di casa, abbiamo due giorni per bighellonare, facciamo acquisti anzi direi facciamo troppi acquisti visto che siamo obbligati a comprare due borsoni da spedizione per poter mettere dentro tutta la roba da portare a casa.

Stessa compagnia aerea, stessi aeroporti e anche stessa nebbia di pianura… questo è il rientro.

Non è facile descrivere Kathmandu, perché fondamentalmente è un posto poco accogliente ma al tempo stesso ti stuzzica, ti incuriosisce, è un luogo dove tutto è possibile e dopo un po’ che ci stai, ti disinibisce e ti anestetizza dai problemi. Mi è mancato non avere approcci con gli ambienti di montagna, dove dicono si possa godere il “vero“ Nepal, inteso come luoghi con la natura incontaminata e con le persone genuine piene di spiritualità, cosa volete che vi dica… mi toccherà ritornarci presto.