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MUZTAGH ATA 2012

In poco tempo ti ritrovi ad avere a che fare con una cosa nuova, tutta da capire. Nessuna paura, ma qualche timore è normale averlo, segnale di una giusta visione, aperta a recepire tutto ciò che comporta una spedizione di questo genere. Due giorni di viaggio, tra voli aerei, scali, bus, trekking, cammelli e ti ritrovi lì al cospetto del "Padre dei Monti di ghiaccio".

Campo base: sul pianoro tagliato in due dal torrente, tende sparse e gente proveniente da ogni parte del mondo che si muove lenta, persa nei propri pensieri. Bisogna ritrovarsi dentro per capire che non è facile comprendere cosa è meglio fare da quel punto in avanti. Tutto diventa molto personale, le reazioni cambiano, lo stato d'animo e le condizioni fisiche sono differenti per ognuno di noi. Adattarsi subito a tutto non è così facile, a quota 4500 metri, al freddo, al cibo poco appetitoso e alla mancanza di ogni minimo confort. La capacità di trovare anche solo piccole comodità è già una qualità da ricercare. Stare male, almeno inizialmente è da mettere in conto, bisogna sapere ascoltare il proprio corpo e riuscire a condurre le reazioni nella direzione giusta. Strategie e calcoli sono basati sia su fattori conosciuti sia su altri che sono da prevedere: la forma fisica, il meteo, l'esperienza... e poi comunque ogni giorno non è mai uguale all'altro.

Dal campo base ci separano 3000 metri, che all'apparenza possono non sembrare molti, ma da questo punto in poi le cose cambiano, tutti i parametri sono differenti per via dell'alta quota. Ci attendono 3 campi da montare prima di pensare alla vetta, con un continuo sali e scendi dalla montagna, necessario per trasportare materiale e soprattutto per acclimatarsi. Dal nostro arrivo al campo base è trascorso un giorno e anche se le nostre intenzioni sono quelle di prenderci ancora tempo, spinti dalle previsioni di una perturbazione in arrivo, decidiamo di avviarci verso i 5500 metri del campo 1. Zaino in spalla e via, tutto ok, lentamente ma si sale.

A 5000 metri inizio a patire, cosa e perché non mi è chiaro, mi fermo ogni 4/5 passi, le soste diventano troppo lunghe: non vado più avanti. Non vedo più Tore, bene per lui, vuol dire che la sua "macchina" gira bene, meglio della mia sicuramente. E adesso... cosa faccio? Non devo buttare via il progresso compiuto, ma soprattutto non posso riportarmi giù la tenda e il materiale che ho nello zaino e che sicuramente Tore sta aspettando. Sapevo e ho conferma da persone che stanno scendendo, che poco più su a 5200 metri è montata una tenda deposito. Stringo i denti e raggiungo l'intermedio, nelle vicinanze metto il nostro materiale sotto le pietre, almeno una cosa è fatta. Tore ed io ci ritroviamo al campo base, tutto sommato non bisogna lamentarsi, un passo è stato fatto.

Ecco che si è verificato quello che ho detto prima: qui tutto cambia, tutto diventa personale e gestibile solo al momento, tutto è spinto al limite. Tutti i km fatti con Tore negli anni, ad un ritmo che ci ha sempre cadenzato entrambi è andato a quel paese... almeno per il momento. Tutto questo è normale, altrimenti perché provare ad andare a 7000 metri? Il mancato acclimatamento, l'alimentazione diversa, sommati ad un problema che mi sono portato da casa (sinusite con blocco dei seni nasali) devono aver creato un bel mix, sinceramente non ci sto capendo niente. La soluzione al mio problema sta nel rimanere fermo alla stessa quota, anzi sarebbe consigliabile scendere, ma rimandiamo la decisione al giorno seguente.

Un altro assaggio a salire mi fa comprendere che la situazione è rimasta stabile e dopo un altro giorno di duro lavoro compiuto da Tore al campo 1 arriviamo entrambi spontaneamente alla decisione di scendere e affrontare il viaggio fino a Kashgar. La strategia, se così possiamo chiamarla, dovrebbe risolvere i miei problemi e rimettere in piena forma anche Tore e cosa non da poco, ci dovrebbe scansare le giornate di brutto tempo che sono in arrivo. Per dirla tutta, la mia sensazione è quella di avere una bella torta da mangiare e di non poterne approfittare per il mal di denti, rimanere al campo base mi porterebbe sicuramente sconforto.

Il viaggio fino a Kashgar è avvenuto nel seguente modo: trasferimento con ciclomotore su sterrato con guadi fino al ginocchio, autostop con probabile contrabbandiere che diventava irascibile ai posti di polizia, per poi essere lasciati in un punto imprecisato della città... direi che può bastare. La nostra previsione iniziale è di stare a Kashgar 2 giorni, ma i contatti telefonici col nostro corrispondente al campo base ci confermano che durante la nostra assenza le condizioni rimangono pessime, anche per i giorni successivi sono previste abbondanti nevicate.

Sono trascorsi dieci giorni dalla partenza dall'Italia di cui 5 passati sotto il naso della montagna concludendo poco, purtroppo sono cose da mettere in conto. Per carità, non è che fare i turisti a Kashgar per alcuni giorni, mangiando bene e dormendo in un vero letto sia una brutta cosa, è che ho paura che la si pagherà.

Nonostante le previsioni meteo non lascino presagire niente di buono, dopo tre giorni trascorsi a Kashgar decidiamo di rimetterci in marcia verso Subashi per poi risalire al campo base. Non è proprio come riprendere tutto da capo, visto che una tenda al campo 1 è li ad aspettarci... almeno speriamo. Come previsto al campo base ci ritroviamo nella tenda con grandine e neve che batte sopra e così passano i giorni.

Arriva la tanto sperata apertura di bel tempo, le previsioni che ci giungono via internet ci dicono che sarà breve: due / tre giorni. Allora ci mettiamo in marcia con l'intenzione di andare più su possibile, per acclimatarci e magari ridiscendere dopo aver montato il campo 2. Mi sento sollevato, la salita al campo 1 arriva senza problemi, per Tore oramai è una cosa collaudata, per fortuna ci sentiamo bene e ad aspettarci troviamo la nostra tenda, peccato però che sia sepolta dalla neve caduta nei giorni scorsi (circa 1 metro). La struttura ha retto ma è comunque inutilizzabile, se non al prezzo di mettere mano alle pale per togliere la neve che la sovrasta e che comprime tutti i lati. Lavoriamo per qualche ora e finiamo giusto in tempo per fare sciogliere la neve da bere e mangiare qualcosa prima che arrivi il gelo della sera.

Durante la notte paghiamo gli sforzi fisici fatti spalando la neve, altro che tranquillo acclimatamento... e da lì a breve ecco che a causa del calore che produciamo si sfonda lo strato di ghiaccio che si era formato sotto la tenda, con il risultato di ritrovarsi non più coricati, ma aggrovigliati in un buco. Il risveglio, se così si può chiamare, non è dei migliori e per giunta il nostro programma di salire deve essere lasciato da parte per spostare completamente la tenda, non possiamo esimerci dal risistemarla per il meglio, perchè rimane un punto di riferimento troppo importante e deve essere affidabile e confortevole. Solo dopo aver messo mano alla tenda ci rendiamo conto che la parte inferiore è completamente attanagliata dal ghiaccio, impugniamo piccozza e pala... il resto ve lo lascio immaginare.

Terminato il lavoro decidiamo di non scendere, ma di rimanere lì a dormire un'altra notte, con la speranza di sentirci bene per salire un po' più in alto il giorno dopo. Il mattino seguente ci rendiamo conto che abbiamo a che fare con la stanchezza e con una strategia che non sta in piedi. Salire al campo 2 a montare la tenda diventa improponibile e tanto meno dormirci dentro, così decidiamo di scendere per non forzare troppo. E' normale, non possiamo esularci dal rispettare i tempi di ripresa per non patire altre cose, oltre la normale stanchezza.

Tiriamo le somme con i giorni che ci rimangono, stando alla regola avremmo bisogno di: un giorno o meglio due di riposo, 2 giorni per salire e dormire al campo 2, seguiti da altri due giorni di riposo al campo base, bene che vada occorrono 4 giorni per tentare di salire la cima e 2 per ridiscendere raccogliendo tutto il materiale lungo la strada, per un totale di 10/11 giorni, peccato che a noi ne rimangono solamente 6/7. A questo punto non ci rimane che ritagliarci un programma a scapito dell'acclimatamento e dei recuperi fisici, ma a complicare nuovamente e immancabilmente tutto si mette nuovamente il meteo con previsioni di tempo instabile nei prossimi giorni e peggioramento in brutto, con vento fino a 50 km/h.

Non possiamo fare altro che aspettare e incrociare le dita, ma non serve, inesorabilmente la montagna si copre e già c'è da patire al campo base. L'atmosfera è tesa, molti scendono dai campi alti raccontando di pochissime persone che hanno raggiunto la cima con gli sci affidandosi solo all'orientamento del GPS.

Dopo qualche giorno di attesa ci chiediamo: cosa stiamo lì a fare? Forse potremmo sfruttare l'occasione per salire fino dove possiamo, scontrandoci con le nevicate incessanti e consumando energie scarsamente integrate dalla cucina cinese del campo base? No grazie. Decidiamo di levare le tende nel vero senso della parola. E' una decisione sofferta e penosa, che aprirà in noi un mare di perché, di pensieri e di riflessioni su tutto ciò che abbiamo fatto, anche sugli errori. Avevamo le idee chiare e tanta determinazione, il nostro obiettivo era fare esperienza e di applicare quella che avevamo e così è stato. Abbiamo toccato con mano la complessità e le difficoltà che si incontrano sui colossi di neve e ghiaccio.

L'idea di fare i turisti a Kashgar per troppi giorni non ci attirava proprio, recuperiamo una cartina della zona e cercando di fare le cose al risparmio decidiamo di portarci nel Taklamakan Desert, a leccarci le ferite. Trovato il mezzo di trasporto mettiamo insieme uno zaino idoneo per questa inaspettata puntatina nella sabbia. Ci inoltriamo per qualche chilometro poi le scarse doti dell'autista ci fanno desistere dall'intento di proseguire, veniamo comunque affascinati e le nostre menti si alleviano dai pensieri troppo ricorrenti. Trascorriamo delle belle giornate camminando tra dune, dormendo e mangiando accampati con le nostre tende, aspettando il giorno del nostro rientro.

Quando le nostre menti incominciavano ad allontanarsi dalla crudezza e dai ragionamenti rivolti alla salita della montagna, ecco che dal nostro contatto con il campo base riceviamo una notizia che non avremmo in nessun modo voluto sentire: Alan, il ragazzo polacco con cui abbiamo condiviso pranzi e cene al campo base e con il quale siamo saliti quasi contemporaneamente al campo 1 è stato ritrovato, morto congelato al campo 2, sepolto seminudo sotto la neve a pochi passi dalla sua tenda. Rimaniamo attoniti e ci vengono in mente le conversazioni fatte con lui in un inglese tutto discutibile, a come potrà avvenire il suo recupero e alla sofferenza che ne deriverà. Alan era al suo quarto tentativo sulla montagna e anche se pur lontanamente, aveva sicuramente messo tutto in conto, è veramente un prezzo troppo salato da pagare.

Quello che avete letto l'ho scritto proprio nei momenti trascorsi nel deserto e vi posso assicurare che così a caldo non riesco a trarre delle vere e proprie conclusioni, forse non è nemmeno giusto ricercarle.