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LADAKH 2014

Il viaggio è nato portandosi dietro una riflessione che posso sintetizzare con una domanda: perché ritornare nello stesso posto a distanza di un solo anno? Viaggiare vuol dire scoprire posti diversi, fare nuove esperienze, cosa si nasconde dietro questo desiderio? La sensazione è quella di aver scorto dal buco della serratura un mondo che rispecchia fedelmente il termine "fantastico", un territorio di montagne meravigliose alternate a spazi sconfinati.

La formula che si è venuta a creare è diversa dai viaggi precedenti, in seguito al passa-parola della realizzazione del viaggio, il messaggio è stato raccolto da Tore, Roberta e Greta. Il nostro piccolo gruppo, simpaticamente "variegato" ha tutte le carte in regola per poter affrontare un programma impegnativo.

La zona identificata è quella dell'anno scorso a SUD/EST del Ladakh, questa volta puntiamo su un trekking peak. La partenza è prevista dal villaggio di Rumtse e con una camminata di 6 giorni, dopo aver valicato 7 colli di circa 5000 mt, arriveremo a Korzok che si trova sulle sponde del Lago di Tso Moriri. Qui puntiamo alla salita del Mentok II, una bellissima montagna di 6210 mt. La logistica lungo il trekking sarà fornita da una guida, il cuoco con il suo aiutante, da due pony-men con al seguito 6 cavalli, come attrezzatura ci saranno una tenda-cucina, una tenda-mensa e due tende doppie nelle quali dormiremo.

Tappe del trekking 1 Rumtse / Kyamar Chorten Sumdo 2 Kyamar Chorten Sumdo / Tisaling Kumur La (Pass) 4800 mt - Mandalchan La (Pass) 5200 mt 3 Tisaling / Rigul Shibuk La (Pass) 5320 mt - Pongunagu Pass 4580 mt 4 Rigul / Rajung Karu Horlam Kongka Pass 4930 mt 5 Rajung Karu / Gyamar Barma Kyamayur La (Pass) 5410 mt 6 Gyamar / Korzok Karte La (Pass) 5380 mt - Yalung Nyaulung La (Pass) 5430 mt.

Le tappe hanno dei tempi di percorrenza che variano dalle 5 alle 8 ore di cammino, con lunghezze dai 15 / 22 km. Per la salita al Mentok II ci vogliono minimo altri 3 giorni necessari all'istallazione del campo alto a 5600 mt. Per effettuare il viaggio in tutto in tutto il suo contesto ci prendiamo un periodo abbastanza lungo per un totale di 26 giorni, compresi spostamenti aerei A/R, dal 16 agosto al 10 settembre. I giorni che rimangono a disposizione dopo il trekking e la salita sulla montagna, abbiamo intenzione di decidere al momento come impiegarli, in base al nostro stati fisico e mentale e a tutti i fattori che intervengono in queste situazioni. La nostra speranza è quella di trovare condizioni meteo favorevoli, anche se arriviamo un po' a ridosso del cambiamento stagionale.

Il viaggio inizia come al solito con la coda in aeroporto (Malpensa) per espletare le prime formalità d'imbarco. Poi l'attesa allo scalo intermedio (Abu Dhabi) ci vedrà seduti sulle poltroncine cercando di trovare una posizione per conciliare il sonno. Arrivati a Delhi ci prendiamo un giorno di sosta per spezzare il viaggio e visitare la città. Il nostro albergo è proprio a ridosso della Moschea, questo ci permette di muoverci agevolmente per Old Delhi a tutte le ore. Di giorno incrociamo qualche turista tra quella che definirei una fiumana senza senso, ci muoviamo con difficoltà. La sera/notte quando il ritmo rallenta viene setacciata l'essenza della miseria umana, tutto diventa spaventosamente infernale.

A Delhi, tra le sue vie congestionate dal traffico di ogni genere, piena di tutto ciò che da noi è considerata spazzatura, ho visto a malincuore fino a che punto può degenerare la razza umana. E' un qualcosa che va molto al di sotto della povertà, sembra quasi una forma di autolesionismo inflitta agli uomini da qualche strana maledizione. Non ci sono spiragli, non c'è speranza, sotto il gradino della strada, dove si mangia e si dorme solo la morte.

Di caratteristico qualche cosa c'è, ma rimane poco di bello da ammirare veramente, da gustare riuscendo a guardare oltre il degrado e l'abbandono. I monumenti principali che rappresentano le origini e la storia sono frequentati, si paga anche il biglietto per visitarli, ma di segnali di manutenzione anche solo ordinaria non se ne parla, tutto posticcio e improvvisato.

Una volta nella vita bisogna andare a Delhi per rendersi conto di cosa è capace di fare l'essere umano e poi a casa devi cercare di tramutare la desolazione in speranza e reagire positivamente pensando che per fortuna non tutto è così. Visitiamo la Moschea, i vari templi religiosi e adocchiamo da fuori il Forte Rosso (chiuso il lunedì per le pulizie... mi viene da sorridere). La maggior parte del tempo la impieghiamo a visitare il mercato, caotico e confusionario.

Non percepiamo situazioni di pericolo o altre forme di disagio, l'unica cosa buffa è l'interesse ormonale dei maschi per il lato B di Greta. I giovani, garbatamente, si accalcano per accaparrarsi una foto con lei. Un'altra notte in albergo con un caldo afoso che toglie il respiro nel cuore della notte scappiamo da questo ciclone infernale diretti in aeroporto.

Ancora prima di atterrare a Leh, abbiamo la possibilità di ammirare dal finestrino dell'aereo una distesa di montagne meravigliose che si perdono a vista d'occhio. L'atterraggio a Leh è liberatorio, da questo momento inizia la nostra avventura in Ladakh. Ad attenderci l'amico fidato Stobgais e da lì a poco il ricongiungimento con Roberta che ha raggiunto Leh per conto suo, partendo da Genova. Si presenta un problema, dallo scalo genovese si è trascinato un errore che ha impedito ai suoi bagagli di arrivare regolarmente. Ci vorranno 2 giorni di telefonate al vetriolo prima di spuntarla e ricevere così il prezioso carico. E' necessario stazionare ancora almeno un giorno a Leh per adattarsi alla quota, ambientarsi e riposarsi dal viaggio.

Il nostro trekking parte da Rumtse, che raggiungiamo in auto nell'arco di una mattinata di viaggio, Ad aspettarci troviamo il campo tendato, montato di tutto punto su un bel prato e sopratutto lo staff che ci seguirà per i restanti giorni di cammino. La guida è un ragazzo simpatico dal comportamento affidabile: un aspetto importante, da lui dipendono molte cose e soprattutto la buon riuscita del trekking. La sua figura è l'anello di giunzione tra noi e quelli che sono gli accordi e il programma pattuito con Stobgais.

Dopo una notte trascorsa a Rumtse, la prima che trascorriamo in tenda, siamo pronti per incamminarci lungo la traccia che fino a quel momento abbiamo solo potuto identificare sulla cartina. Siamo finalmente al di là della porta dalla quale si intravvedeva lo spiraglio di un mondo fantastico. Come tutte le cose, anche questa bisogna guadagnarsela, inizia la salita che ci porterà ad una quota elevata, che manterremo per tutto il trekking (4500 / 5400 mt), da qui inizia la vigilanza alle sensazioni e ai malesseri che arrivano inevitabilmente con l'aumentare della altitudine. Tutto sta nel gestirli con cognizione, dando loro il giusto peso e interpretazione, fino da arrivare ad un equilibrio accettabile che di lì a poco si trasformerà in adattamento.

A certe quote e particolarmente in Ladakh le montagne sono brulle, desertiche. Solo dove sgorga l'acqua dei torrenti si formano vere e proprie oasi, isole verdi tra una distesa di montagne sconfinata. In ogni direzione lo sguardo si tempra con immagini che ti sconvolgono dallo stupore. Sorge ripetutamente un'esclamazione: no, non è possibile!

Come possono le forme, i colori delle montagne miscelarsi con un cielo praticamente perfetto e superare qualsiasi forma di arte, di manufatto studiato e lavorato dall'ingegno umano? Qui calpestiamo, fatichiamo su quello che definirei una delle più belle espressioni d'arte che la terra ci può offrire. Quando si arriva a capire il concetto, ad apprezzarlo e a rispettarlo, allora sì che si può andare avanti. A volte affrontiamo lunghi tratti in un contesto puramente desertico, paragonabile ad alcune zone montuose algerine. Il sole scalda molto, il ritmo dei nostri passi diminuisce, bisogna bere molto per tenere sotto controllo l'idratazione corporea.

Le tappe si susseguono e i passi d'alta quota ad uno ad uno vengono superati, ogni volta che si raggiunge il culmine del colle veniamo accolti dai cippi di accumuli di pietre ricoperti di bandierine colorate messe lì in segno di devozione. Sono veri e propri altari a cielo aperto, lo sventolamento delle bandierine permette la diffusione delle preghiere nell'aria, su tutto ciò che si trova lungo il cammino del vento.

Non siamo gli unici in questi giorni a compiere il percorso, i nostri spostamenti e i relativi accampamenti di fine tappa vengono ricalcati da un gruppo di inglesi e da un'altra coppia di persone molto riservate. Gli spazi sconfinati delle vallate permettono di ritagliarsi intere praterie dove montare le tende, darsi fastidio l'un l'altro è praticamente impossibile.

Tenete presente che le nostre ambizioni di esploratori avventurieri, equipaggiati di tutto punto, vengono completamente ridimensionate quando incontriamo i veri abitanti e custodi di queste montagne, i "nomadi". Uomini, donne e bambini che vivono tutto l'anno tra queste montagne, adattandosi a condizioni di vita estreme, provvedendo con le proprie forze al sostentamento. La loro maggiore risorsa è l'allevamento di capre, pecore e yak.

Una vita dura sopportabile solo da chi è nato e vissuto sul tetto del mondo, fatta di tradizioni tramandate da generazione in generazione. Una sera accampati in riva al fiume, poco distanti dalle classiche tende nomadi, che stanziano su questo immenso pianoro, assistiamo ad uno spettacolo unico. I crinali della montagna si popolano di mille puntini in movimento, sciami appiccicati al terreno che scendono a valle.

L'aria diventa elettrizzata, tutto si anima con il tintinnio di mille campanelli, i greggi ritornano alle loro case, le donne si attivano per approntare la modesta cena, mentre i bambini ripetono il loro rito festoso di benvenuto. Qui niente è predisposto per i turisti, per fortuna non si è evoluto il perverso meccanismo del guadagno in cambio di scenette artefatte. Ho avuto il privilegio di venire a contatto con uno dei pochi popoli della Terra che non sono ancora stati intaccati ed inquinati.

Il nostro trekking scorre giorno dopo giorno, condizionati solo da qualche piccolo malessere fisico dovuta alla quota. Lo staff di Stobgais svolge un ottimo lavoro fornendoci un valido servizio, il cibo non manca e la varietà neppure. Man mano che avanziamo verso la meta finale abbiamo notato un abbassamento della temperatura dovuta in parte all'aumentare della quota ma soprattutto ad un cambiamento climatico. Come da programma dopo 6 giorni di cammino giungiamo a Korzok Phu, che rimane un accampamento nomade a pochi kilometri dall'omonimo villaggio, si accede attraverso una gola che fa da porta di ingresso su un immenso pianoro.

Ormai i nostri pensieri sono rivolti alla montagna, c'è di buono che siamo ben acclimatati e stiamo bene. Tutto lascia presumere un'ascensione senza grossi problemi. Il prossimo step è quello di salire al campo alto a 5600 mt, che raggiungeremo in circa 5 ore di cammino senza prendersi giorni di riposo dopo essere giunti a Korzok Phu: meglio non spezzare il ritmo. Dopo qualche divagazione su un terreno sassoso e non tracciato piantiamo le tende nell'unico posto considerato idoneo, dove si trova una sorgente d'acqua. Peccato che però ci troviamo molto decentrati dalla via classica di salita. Notiamo un po' di apprensione da parte della guida di alta montagna e dello stesso Stobgais che stranamente si è aggregato al gruppo della salita.

Questa incertezza è confermata da una sorta di ricognizione che compiranno verso il ghiacciaio. Al loro ritorno notiamo negli sguardi qualcosa di strano, devono essersi imbattuti in crepaci aperti e ghiaccio pericoloso. E' chiaro che dobbiamo fare più strada del previsto, ma ci ritiriamo nella tenda per la notte tranquilli. Qui viene il bello, prima un alito di vento, poi una raffica, poi una bufera di neve, con le tende che quasi volano via, anzi la tenda mensa si è divelta e i tubi in ferro si sono piegati, così per tutta la notte. La nostra partenza prevista per le ore 3 viene rimandata alle ore 7. Quando ormai col chiaro siamo tutti in piedi, basta guardarsi intorno per capire che c'è poco da fare se non ripiegare verso valle.

La montagna ormai per il momento non è più in condizioni, la guida di alta quota lo è ancora di meno, non ci resta che accettare la situazione. Anche rimanendo sul posto non avremmo a breve potuto tentare la salita. Da quel giorno sul Ladakh è arrivata una perturbazione che lasciava presumere un autunno anticipato. Dopo aver concentrato materiale e personale a Korzok paese, ci siamo avviati in auto lungo la strada che costeggia il fiume Indus. Un giorno di viaggio su una strada che risulta un cantiere aperto perenne, per via del fiume e degli smottamenti dovuti all'erosione dell'acqua.

Dal finestrino fortunatamente si gode un avvicendamento di paesaggi che ci permettono di trascorrere le ore di viaggio piacevolmente. Qualche sosta per fotografare e per mangiare. A Leh ci attende il confort della guest house e il cibo del nostro ristorante fiducia il "Lamayuru". Abbiamo ancora molti giorni a disposizione, per organizzare un altro trekking o addirittura tentare la salita allo Stock Kangry, una montagna vicino a Leh di 6153 mt.

Volutamente non abbiamo pianificato niente e tanto meno prenotato nessun servizio con l'agenzia, l'idea è quella di improvvisare in base alla nostre condizione fisiche e soprattutto al meteo. La nostra impostazione si è rivelata giusta, forse solo intuizione, perché il tempo non si è più rimesso, in un primo momento le montagne sono rimaste coperte poi la situazione è degenerata anche in basso. A parte una gita di 2 giorni verso Nord/Ovest, transitando per il monastero di Lamayuru, siamo arrivati fino a Mulbekh, per il resto non ci siamo più mossi.

La situazione peggiore si è creata a causa della chiusura dell'aeroporto di Leh, le nuvole basse non hanno permesso l'atterraggio degli aerei (procedura a vista). Molti turisti che dovevano partire per Delhi e da li prendere voli internazionale, si sono visti rimbalzare in mattina in mattina tra una cancellazione e l'altra. Anche Roberta si è trovata in questa situazione, il suo programma era di staccarsi in anticipo per andare a visitare Delhi e i suoi dintorni. Nell'incertezza più totale tutte le mattine si è alzata, con bagagli al seguito, per andare in aeroporto a discutere e a perdere tempo. Le vie di Leh sono praticamente deserte, i turisti rimasti bloccati escono solo per andare a mangiare. Mille commenti e ragionamenti per ipotizzare una "fuga", anche le via di accesso terrestri verso Delhi risultano impraticabili a causa di frane e smottamenti. Non resta che aspettare: regna la rassegnazione.

Anche nel nostro gruppo cresce un po' la noia: Greta e Tore ormai hanno fotografato tutto il possibile sia di vivo che di statico, io mi sono messo a scrivere la relazione di viaggio, Roberta dopo aver trascorso mattinate stressanti in aeroporto si è data ad un corso di meditazione. Imbacuccati e muniti di giacca antipioggia, abbiamo preso un taxi per recarsi a visita i monasteri di Chemis e Chande. Il primo lo ricordavo dall'anno scorso e confermo la sua bellezza, il secondo è stata una grande scoperta.

Al quinto giorno di attesa Roberta decide di non andare in aeroporto al mattino presto, dalla finestra la situazione del cielo non lascia presagire nulla di buono. Alle 10 con un tempo alquanto improbabile ecco dalle nuvole sbucare un aereo dopo l'altro. Panico... la cerniera del trolley non vuole saperne di chiudersi nemmeno con due persone sedute sopra che lo pressano, la borsa del bucato ancora umido appesa fuori e il gestore della guest house pronto per una partenza tipo gran premio: anche questa è andata, Roberta è riuscita a partire. Greta, Tore ed io decidiamo di impegnare i due giorni che rimangono dalla partenza, il tempo ci concede una pausa.

Contattiamo Stobgais e combiniamo per farci accompagnare a nord, lungo la valle del fiume Indus, fino al confine col Pakistan. Per andare in zona è necessario un permesso speciale che otteniamo facilmente. La nostra scelta è stata azzeccata, il primo tratto di strada ripercorre quello fatto in precedenza fino quasi a Lamayuru, poi si prende la deviazione che sale verso i villaggi di Dokar, Skyurbuchan e Hamu Thang. Il villaggio di Dah lo dovremo raggiungere a piedi, zaini in spalla a causa di un'imponente frana che ha spezzato in due valle. Qui abbiamo trovato da dormire in una guest house che come potete immaginare non a niente a che vedere con quella che ci ospita a Leh.

Come ci era stato anticipato, ci troviamo in un contesto completamente nuovo, le montagne hanno una conformazione diversa da quelle incontrate fino ad ora, la valle è stretta e contorta. Anche le persone sono cambiate nei lineamenti nei vestiti, negli ornamenti e nel linguaggio. Nemmeno Stobgais riesce a comunicare facilmente. Da qui si capisce come l'isolamento di questi popoli abbia segnato la loro vita.

Al nostro ritorno tutto si è stabilizzato, il tempo si è rimesso e così partiamo senza problemi verso casa, ci possiamo considerare comunque fortunati. La coincidenza dei voli a Delhi ci permette di recarci nuovamente nella parte vecchia della città per cercare di recuperare la visita al Forte Rosso. Sicuramente la struttura è affascinante ed imponente, ma sempre e comunque ti rimane dentro un sapore di trascuratezza ed abbandono. Pensare che tra queste mura è passata la storia dell'India, con sfarzo e buon gusto, mentre ora c'è da chiedersi fino a quando reggeranno i soffitti e perché dove c'erano decorazioni preziose e affreschi sia stata data una mano di colore.

Sono consapevole che questa relazione può risultare sommaria, scarna di dati tecnici o di descrizioni dettagliate. La mia intenzione è quella di raccontare un'esperienza che possa servire a chi la legge come un'introduzione ad un viaggio in Ladakh. Per il resto ci sono le guide specializzate. Durante il cammino, dovunque io fossi, mi sono sentito immerso in un'atmosfera particolare e piacevole. E' anche per questo che non me la sono sentita di rompere questo incantesimo per prendere appunti e dettagliare le cose.

Il bilancio di questo viaggio è molto positivo sotto molti punti di vista, per l'approfondimento che ho fatto sul territorio anche come esperienza organizzativa. Il peso umano è stato ancora più importante, devo ringraziare i miei compagni per un qualcosa che va al di là della semplice compagnia. Tore ormai è un'istituzione e un punto di riferimento grazie all'intesa che si è venuta a creare spontaneamente. Roberta ha dimostrato di sapersela cavare in ogni situazione, non ha mai mollato, sempre attiva e presente con il suo sorriso e buon umore. Greta alla prese con la sua prima esperienza di montagna "vera" ha stupito tutti per la sua costanza e determinazione, pensare che per un soffio non ha raggiunto la cima del Mentok II di oltre 6000 mt ha quasi dell'incredibile.

Alla fine di tutto rimangono i ricordi e le emozioni che ritornano a scorrere dentro e sulla pelle.