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LADAKH 2013

Il Ladakh è uno di quei posti allineati su una dimensione a parte, unica e particolare, dove territorio, spiritualità, cultura e la popolazione stessa si fondono insieme in un risultato semplice ma incredibilmente affascinante. Già il fatto di atterrare con un Boeing 737 a 3500 mt di quota, in mezzo alle montagne, con le ali imponenti che sfiorano solo di qualche decina di metri le rocce delle montagne, fa capire cosa ti riserva questo posto.

La cittadina di Leh è un'oasi in un deserto montuoso formato da alture spoglie che si perdono a vista d'occhio. Solo dove cresce vegetazione, sorgono i villaggi, nelle vicinanze ergono i caratteristici monasteri che sono veri e propri templi della religione, della cultura che si tramanda da millenni. Leh è la classica cittadina che il turismo sta cambiando inevitabilmente, la necessità di accogliere gente e l'inquinamento che questo comporta va a creare squilibri nei parametri di vita e si sviluppa di pari passo una edificazione sconsiderata. Non manca comunque l'accoglienza, soprattutto umana, che ti fa sentire a tuo agio, in questo periodo (primi di settembre) mi muovo fuori dal turismo di massa, così apprezzo maggiormente la normale quotidianità locale.

Nell'intorno ci sono i monasteri buddisti, visitabili, anzi il visitatore è fonte di sostentamento, in un giorno visito i monasteri più vicini: Shey, Thiksey, Chemray, Stakna e Hemis che posizionato tra le montagne è quello che mi ha suggestionato maggiormente, forse perchè era appena terminato un periodo di festeggiamenti ed era ancora molto animato dalla popolazione locale.

Ci si sposta in taxi, contrattando il prezzo si può arrivare a costi molto ragionevoli. Alcuni preferiscono affittare le famose moto indiane Royal Enfield ma vi assicuro che non farete vita facile e senza rischi, a parte la viabilità a sinistra tutta basata su regole locali. Si intuisce la volontà da parte della gente e delle istituzioni di mantenere in ordine e decorosi questi stupendi edifici, peccato che l'avvento dei nuovi manufatti porti qua e là all'innesto di porzioni stonanti.

La spiritualità che emana da questi posti ti trasporta indietro nel tempo e si percepisce la complessa e intrigata miscela di riti che mescolano umanità e natura, tutto creato e voluto per far conciliare l'essere umano con ciò che lo circonda, dai movimenti vitali alle pratiche più complesse e profonde. Bisogna spostarsi e fare un po' di strada, uscire dai circuiti più battuti per scoprire il vero Ladakh per farsi assorbire dalla natura selvaggia del suo territorio. Come da programma punto a Sud, verso il lago Tso Moriri e le montagne più alte che lo circondano: il Lungser Kangri 6666 metri e il Chamser Kangri 6650 metri.

Ci sono circa 250 km da percorrere e dopo esserci allontanati da Leh di circa 50 km a Upshi si tiene a sinistra imboccando una strada martoriata dalle esondazioni del fiume Indus, tratti di asfalto si alternano a sterrato, gli attraversamenti avvengono su ponti provvisori collocati dal genio militare. Non si incontrano veri e propri villaggi ma piccoli insediamenti che servono da ristoro ai viaggiatori. Di contro è fortissima la presenza dell'esercito con basi di ogni genere, mezzi pesanti e cannoni viaggiano in continuazione per queste strade. Sicuramente è dovuto al fatto che questa prominenza dell'India si trova sul confine con Pakistan, Afganistan e Cina e allora è meglio non abbassare la guardia.

La strada prosegue e sono affascinato da quello che mi circonda, montagne rocciose dai colori più strani e vedute mozzafiato su cime imponenti. Senza eccessiva pendenza si sale continuamente e solo prossimi al Passo di Namshang La si capisce quanto siamo saliti, circa a 5000 metri. Da qua si arriva in poco tempo al Lago di Thadsang Karu che fa da anticamera all'immenso bacino naturale che ospita il lago di Tsomoriri.

Mi viene difficile descrivere una macchia di inchiostro nella quale si riflettono montagne increspate dalle mille sfumature del terreno. Sono a 4600 metri, sulle rive di un lago immenso e allo stesso tempo alle pendici delle montane più alte del Ladakh che sfiorano i 7000 metri. Dopo aver trascorso una notte accampati sulla riva del lago, al risveglio so in che direzione guardare e con l'aiuto della guida, del pony man e dei pony, che sono sopraggiunti dal nulla, ci mettiamo in marcia verso il primo campo che è poco sopra l'insediamento militare di Skyurchu.

Il giorno seguente parte quella che si può definire una piccola spedizione in alta montagna, dirigiamo verso il vero campo base a 5200 metri che raggiungiamo in 7 ore di cammino. Un altro sipario si è aperto, adesso la montagna sovrasta la visuale e la quota incomincia a farsi sentire sul fisico e sui movimenti, da qua in avanti bisogna cambiare sistema, non si possono fare errori. Il mangiare, il bere e le notti trascorse in tenda diventano un qualcosa con cui misurarsi. Due giorni di acclimatamento, questo è il tempo previsto per abituarsi alla quota prima di salire al campo alto (5800 metri).

Tutto procede bene, sono contento delle decisioni prese e di come gestisco tutte le cose, da quelle più pratiche a quelle mentali. E' ormai da giorni che sussiste una instabilità pazzesca, un'alternarsi di nevicate e schiarite, in quota si è accumulata molta neve. E' il 12 settembre, mi sveglio alle 7 dopo una notte trascorsa con qualche problema di respirazione, esco dalla tenda e la bella giornata mi ricarica le batterie, mi sento bene considerando il luogo e la situazione. Cosa mi sia scattato dentro non lo so, so solo che di lì a poco busso alla tenda grande dove dorme la guida e mentre si sveglia dal suo giaciglio, gli comunico con il mio perfetto inglese la mia decisione: "Summit, now... departure for summit". Non sembra assolutamente convinto e la sua risposta ne è la conferma: "It's impossible".

Sono pur sempre il cliente (pagante) da accontentare e allora si attiva e in poco tempo, dopo una colazione veloce, ci mettiamo in marcia. Ho a che fare con un bravo ragazzo e con piacere vedo che in lui si è acceso qualche cosa, è animato dalla passione e ha accettato la sfida. Dopo tre ore di cammino, passiamo quello che anche per noi sarebbe dovuto essere il campo alto a 5800 metri, proseguiamo su un terreno pietroso che sale senza fine. Il percorso è lungo perchè bisogna aggirare la montagna per arrivare dove inizia il ghiacciaio che termina con la classica colata di neve.

Da qui le cose cambiano, indossiamo gli scarponi pesanti e prepariamo l'attrezzatura idonea per incominciare a salire una schiena interminabile che conduce al tratto più ripido che segue l'andamento della cresta. Abbiamo la testa bassa, ma notiamo intorno a noi qualche cosa che sta cambiando, quasi contemporaneamente ci accorgiamo che il brutto tempo sta scavallando la montagna dal versante opposto e arriva su di noi. La guida sussulta : "No good, return". Più a gesti che con le parole gli faccio capire che voglio aspettare per vedere come si evolve la situazione, mentre saliamo piano, per non patire troppo il freddo, veniamo inglobati nelle nuvole e nel nevischio.

Vedo vera preoccupazione nel suo sguardo, ma ancora una volta gli faccio scattare la molla. Mi chiede cosa voglio fare e la mia risposta lo rende determinato ed ecco che tira fuori la fune ci assicuriamo l'un l'altro e tutto diventa molto serio. Saliamo lungo la spalla che porta al plateau sommitale, qualche passaggio ripido tra le roccette conferma che siamo sulla strada giusta. Arrivati sul piano si prosegue, superiamo un primo sbalzo, dopo un avvallamento ne saliamo un altro e dopo non c'è più niente da salire, la guida si gira intorno perchè trova l'ambiente modificato dalla molta neve che è caduta in questi ultimi giorni, poi la conferma: è la cima, seimilaseicentosessantasei metri.

Non c'è panorama da godere ne tranquillità per il ritorno e allora dopo brevi congratulazioni ripartiamo per la discesa. Abbiamo lasciato gli zaini dietro di noi per ritrovare la direzione giusta e le tracce fresche ci conducono da loro, ma sta nevicando e da di lì in avanti scompare tutto, i nostri passi sono stati cancellati, non resta che seguire l'istinto e stare calmi, utilizzando la fune come sicura. Procediamo lentamente, anche se l'istinto ci porterebbe a fare più presto possibile per tirarci fuori e iniziare a vedere.

E cosi è, incominciamo a scorgere l'ambiente intorno a noi, stiamo uscendo dalle nuvole, il passo diventa deciso, sappiamo che il punto crepacciato visto durante la salita è ormai alle spalle. Non è ancora finita, ma tiriamo un respiro di sollievo, vediamo il sacco di materiale lasciato sulle rocce e da percorsi differenti scendiamo per raggiungerlo. Preso fiato ci rimettiamo in marcia verso il campo base che ci attende sotto, arriviamo abbastanza provati ma ripagati da una esperienza che ci ricorderemo entrambi.

Dopo una notte passata a smaltire la fatica lasciamo trascorrere la mattinata per poi ridiscendere al campo sopra il lago, anche perchè restare lì a 5200 metri un'altra notte non ci gioverebbe molto, soprattutto per un buon recupero e poi continua a nevicare. Gli ordini di squadra sono dormire e riposarsi fino al giorno che verremo recuperati dalla vettura. C'è soddisfazione generale e ogni occasione è buona per festeggiare e complimentarsi, il cuoco mi sorprende con una torta con tanto di scritta inneggiante il successo e con una pizza fatta con tutta la sua buona volontà. Ormai devo solo realizzare quello che ho fatto e prendere le sembianze del turista. Quando arrivano a riprenderci, la guida racconta i fatti come Kevin Kostner raccontava nel film "Balla coi lupi" la storia dei bufali ai pellerossa.

Partiamo in auto e circumnavighiamo il lago per visitare il villaggio di Korzok e il suo monastero che rappresenta una meta e un punto di riferimento per i trekkers. Però mi chiedo come doveva essere anche solo 50 anni fa, così sperduta in un posto da favola, capisco da dove è sorta la meditazione. Il viaggio di ritorno avviene da un'altra strada che passa attraverso la zona solfurea di Puga, strada facendo si arriva al lago di Tsokar, che è a dir poco stupendo. A differenza di quello di Tsomiriri, è più piccolo ma presenta delle caratteristiche molto particolari dovute al fatto di essere influenzato dalla zona solfurea e di trovarsi veramente allo stato naturale, è caratterizzato dalla presenza di molto sale sulle sue rive e dalla presenza di molte specie di volatili. Intercettata la strada che arriva da Manali proseguiamo verso Nord e saliamo al passo di Tanglang La, che risulta essere il secondo al mondo per altezza (5300 metri).

Ridisceso il passo lungo una strada in corso di completamento che si inerpica a tornanti, si guadagna il fondo valle tra pareti rocciose di colore rosso che in alcuni casi sembrano lame piantate di traverso nel terreno, veramente suggestivo. Arrivati al bivio di Upshi, dove all'andata avevamo preso in direzione Tsomoriri, manca poco a Leh e ripercorrendo la strada dell'andata la trovo nuovamente piacevole per i numerosi monasteri che si scorgono sulle alture. Un po' in contrasto con l'ambiente si trovano continuamente insediamenti militari di ogni genere.

Il viaggio non è del tutto finito, perchè mi rimangono ancora 4 giorni da trascorrere a Leh prima della partenza, giorni che mi ero preso in caso di imprevisti così ho modo di girare molto bene la citta e di entrare nei particolari della vita locale, vi posso confessare che questo lo faccio con lo scopo di avere più riferimenti possibili per quando tornerò in Ladakh con un viaggio di PASSOdopoPASSO.

Chi vuole venire?